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17/12/2019 Oggi Treviso – I fotografi italiani che il mondo premia
Juan Carlos Marzi e Francesco Chinazzo protagonisti di due prestigiosi concorsi internazionali di fotografia

Hanno stili diversi. Diversi modi di vedere, mostrare, fermare in un’immagine il costante divenire della realtà, delle sue molteplici denotazioni e detonazioni, della vita. Ma entrambi eccellono in quel settore dell’arte che dal 1940, con Rosalind Krauss e il ‘museo discorsivo’ del MoMA di New York, è entrato nell’olimpo delle opere d’arte autentiche: la fotografia. I due fotografi trevigiani che in questo momento stanno ricevendo ottimi riconoscimenti a livello internazionale sono Juan Carlos Marzi, che attualmente opera a Vittorio Veneto, e Francesco Chinazzo, di Treviso.

Francesco Chinazzo
Fotografo pubblicitario, eccellenza della fotografia nazionale, Francesco Chinazzo è stato selezionato per partecipare alla WPC, le Olimpiadi della fotografia 2020, entrando nel team Italia e piazzandosi sul podio della categoria Arte fotografica digitale. La WPC – World Photographic Cup – 2020 è un’organizzazione nata negli Stati Uniti, che oggi copre 40 nazioni in 5 continenti, componendo una squadra dei migliori 18 fotografi per ogni nazione. A marzo a Roma, si saprà con che medaglia Chinazzo onorerà la Marca […] Titolare dello studio Palomar di Villorba, Chinazzo dal 2018 è tra i fondatori di Centro DAVA a Villorba, laboratorio creativo di arti audio-visive. La fotografia l’ha scoperta a 14 anni, nella camera oscura di un amico, dopo aver passato un’infanzia ‘timida e silenziosa’ a osservare il paesaggio del Piave, del Montello, gli oggetti e le ombre che questi proiettavano. Dopo il liceo artistico a Treviso e la frequenza della scuola di fotografia a Padova, Chinazzo nel proprio studio segue due filoni/progetti: il ‘Line up’, un insieme di fotografie dove linee, vettori, vengono ordinati e semplificati, dove le pose sono ricercate e costruite, e il ‘Im not ink’, dove vengono ritratte soprattutto modelle tatuate ingaggiate nel bacino dei social abituate a tutt’altri approcci fotografici e interpretate in modo diverso. Chinazzo predilige il bianco e nero perché – dice -‘suggerisce, anziché affermare’ […]


Dicembre 2019 Humanistic Rites – Intervista a Francesco Chinazzo

Come hai iniziato a fotografare?

Da piccolino ero un bambino timido e silenzioso, guardavo e osservavo sempre. Tutto. Mi incantavo quasi catatonico davanti alle cose e provavo meraviglia nello scoprire che ogni cosa semplice, se osservata attentamente…come dire, ci racconta di sé.Non facevo altro, poco sociale, pochi giochi di squadra e singoli…osservavo le ombre proiettate dalle cose e ci allineavo i Lego, e man mano che l’ombra si spostava sul tappeto riallineavo tutto. A 14 anni scopro la fotografia in camera oscura da un amico. Mio padre possedeva una reflex Petri senza esposimetro e via a far paesaggi e in camera oscura per stampare. Poi il Liceo Artistico e nuovamente proiezioni di ombre da studiare e osservare, prospettive da riprodurre poi scuola di fotografia a Padova, con contestuale apertura P.Iva e ancora son qui a giocare con le forme, a rincorrere le ombre come su quel tappeto con i Lego…Ma almeno ora son più sociale. Anche se ammetto di sentirmi spesso fuori dal mondo.

Qual è la tua influenza o ispirazione principale quando scatti le foto?

Sono rimasto un emotivo…un fortissimo coinvolgimento emotivo che devo gestire. Questo ribollire dentro durante lo scatto ma anche durante i servizi deve essere gestito, smussato, indirizzato e soprattutto ridotto pian piano e poi ancora ridotto e smussato nuovamente fino a raggiungere la più grande sintesi che possa concepire. Faccio l’esempio di un nudo di donna: quando ho azzerato tutto, quando ho tolto tutti gli ancoraggi mentali alla sessualità, al desiderio, alla volgarità…scatto. Mostrare solo quello che serve, nella misura minore possibile. Il risultato cercato è una fotografia semplice. Un pezzo di design umano. Talmente semplice da poter essere appesa per lungo tempo senza infastidire; ma se la si osserva attentamente si capisce che nasconde accorgimenti tecnici e ricerca di pose assurde.

(Qui era tutto simmetrico, tolta la luce riflessa negli occhi, abbassato i toni richisto di azzerare lo sguardo e poi ho chiesto di rimettere quel poco che mi serviva per vivere quella sensazione che conosciamo tutti quando dentro di noi sentiamo la vocina “eccola”. Quel poco in questa foto è stato chiedere di alzare poco poco la sua spalla sinistra e portarla verso la macchina.
Lo faccio a posta. Mi piace produrre foto che passino inosservate alla maggior parte delle persone. Solo chi regalerà loro attenzione noterà le scelte del fotografo, ed è a queste persone che le mie immagini sono indirizzate. Una sorta di selezione naturale del bacino dei fruitori. Perché la fotografia per me è una cosa importante, che necessita di studi, di sofferenza e sacrifici. Milioni di immagini vengono prodotte, ma poche fotografie.

Come definisci il tuo stile di fotografia?

Rispondo parlando del progetto “Line Up”: il progetto “LINE UP” è caratterizzato da immagini nelle quali la presenza umana è solo un veicolo di curve, linee e vettori che vengono ordinati all’interno dello spazio compositivo. Non sono ritratti dei soggetti ma sono ritratti del fotografo che li realizza, rappresentano il clic riassuntivo di un ordine costruito. Espressione della ricerca di quiete interiore di chi le ha realizzate. Spesso le linee del corpo sono citazioni di fughe prospettiche presenti nella scena, a sottolineare che soggetto e sfondo sono in concerto ed insieme cercano un equilibrio.

Cosa vuoi comunicare quando scatti ciascuna delle tue foto?

Tempo fa cercavo il diverso per evitare di fare i conti con le mie mancanze tecniche espressive. Poi sono tornato a riscoprire le sfumature della semplicità. Snocciolare il classico ed assaporarne le sfaccettature così scoperte, arrotondandole per approssimazione successiva pian piano ai miei gusti, costruendo ogni foto. Via tutte le luci e ripartire da una sola luce, per capire la di differenza tra “fare chiaro” ed illuminare. Usare i pannelli di schiarita. Non giocare con Photoshop ma utilizzarlo coscientemente. E mentre perdo anni a fare questo la fotografia a intorno a me cambia ma va tutta nella stessa direzione ed ora ad essere diversi siamo noi “classici”. Sono indietro e lento, sono solo uno che cerca di “disegnare con la luce”, che gioca con simmetrie ed asimmetrie, con spazi così vuoti da avere un loro peso compositivo. Modelle che non guardano in macchina, fronti che sfiorano ginocchia ma non le toccano, da punti di vista bassi non predominanti: linee, vettori e vuoti compositivi appositamente creati, un fortissimo coinvolgimento emozionale durante lo scatto che va smussato, indirizzato, ordinato prima del clic. Ancora tanta strada dovrò fare immerso nel classico prima di pensare di poter essere diverso.

(Quasi sempre, nel limite del ragionevole, le pose le gestisco io in modo maniacale, questa l’ abbiamo costruita insieme ad Aria Rainbow che pazientemente mi ha seguito variando di cm in cm fino a nascondere la seconda mano dietro la prima, e sfiorando con la fronte il ginocchio. Allineamenti e sfioramenti sono spesso presenti nelle mie fotografie. A me piacciono molto gli spazi vuoti talmente vuoti da avere un peso compositivo e non amo gli sguardi in macchina, mi piace la sensazione da spettatore che vorrei avesse chi guarda la foto. Da qui spesso punti di vista bassi.

Quale ritieni sia il miglior apprendimento che la pratica della fotografia ti ha lasciato?

Credo che lavorare nell’ambito fotografico sia un privilegio poichè è possibile essere se’ stessi. E’ persino opportuno essere sé stessi. Le normali emozioni vissute quotidianamente si intersecano continuamente nella realizzazione del proprio lavoro; uno stato momentaneo di sofferenza si può traformare nella migliore fotografia del proprio portfolio. Non credo esistano altre professioni che siano in grado di confluire emozioni in un risultato di valore commerciale.

Qual è la maggiore difficoltà a scattare fotografie in base alla tua esperienza con questo supporto?

La maggior difficoltà non riguarda la fotografia ma la gestione dell’attività aziendale: conciliare l’espressione interiore con il business è quasi impossibile per definizione.

(Ho ottenuto questa fotografia dopo aver mostrato alla modella un primo scatto errato e spiegandole che le spalle mi servivano in linea con la fuga prospettica della finestra e volevo anche citare l’inglesina con le dita. Stella di plastica è una vera professionista paziente e come al solito non mi ha deluso posizionando la mano in modo perfetto.